#000 - Ti presento TRACCE▶ e ti racconto come sono stati gli Oasis
Con il concerto di Wembley ho chiuso un cerchio che avevo aperto anni fa. Ed è anche l'occasione per lanciare questa newsletter.
TRACCE▶ è una newsletter musicale.
Questo non vuol dire che parlerà solo ed esclusivamente di musica, ma che la userà come punto di partenza e centro di gravità permanente.
Proverà a uscire ogni settimana e cercherà di offrire uno sguardo critico e analitico su alcuni aspetti della musica contemporanea.
TRACCE▶ avrà un articolo principale e una serie di flash, consigli, divagazioni.
TRACCE▶ vuole essere uno spazio di riflessione sulla musica e al suo ruolo nel contemporaneo, ma non disdegna il passato, i corsi, i ricorsi, le ricorrenze e l’autobiografismo, tenendo fede alle sue fonti di ispirazione principale (The Quietus, Mark Fisher, Simon Reynolds).
TRACCE▶ prova ad avere un linguaggio inclusivo e ricorrerà alla “ə”.
Io sono Hamilton Santià e mi occupo di musica da tantissimo tempo. Ho scritto su blog, siti e riviste — tra cui una collaborazione di undici anni con Il Mucchio Selvaggio — e ho condotto per qualche anno programmi radio per Radio Popolare. Adesso scrivo su Rolling Stone, SentireAscoltare e Fanpage. Suono anche la chitarra in un gruppo indie che si chiama The Wends.
TRACCE▶ nasce come naturale evoluzione del mio ultimo libro Sotto Traccia. Una storia indie contemporanea (effequ, 2024), una sorta di saggio narrativo sugli ultimi trent’anni di musica indie che abbiamo portato in giro per l’Italia e l’Europa in oltre 40 date.
Se ti piace e sei d’accordo, continua a leggere!
E adesso parliamo degli Oasis
Quando un anno fa Noel e Liam Gallagher hanno annunciato la reunion come Oasis siamo riusciti, grazie ad un’attenta pianificazione di Martina, a prendere due biglietti per l’ambitissima prima data di Wembley.
Ovviamente tutte le altre date sono significative ma per motivi personali e biografici aveva senso essere a Wembley e chiudere un cerchio con la band e la città.
Ho scritto un report a caldo su Rolling Stone, ma ci sono tante altre riflessioni che si possono fare. Alcune di queste riflessioni sono state pubblicate su Facebook prima del lancio di questa newsletter, ma ne ho aggiunte altre che condivido con voi.
1. Gli Oasis sono in grandissima forma. Hanno forse capito come fare a darsi una continuità. A dosare meglio le forze (soprattutto Liam) e a gestire l’energia necessaria in un contesto del genere. Non era scontato, soprattutto perché negli ultimi anni della band, la voce andava via praticamente subito e c’era una grande sensazione di scazzo generale. Diciamo che potevano prendere la faccenda della reunion meno seriamente, invece hanno deciso di giocarsi tutto per far capire come mai sono stati una delle band più importanti degli anni Novanta.
2. La scaletta per le persone e con le persone. Commentando la notizia della reunion, un anno fa, avevo scritto sul mio profilo Facebook «che sia reunion fino in fondo […] un gigantesco greatest hits di canzoni da Definitely Maybe, (What’s The Story) Morning Glory e The Masterplan. […] Ci diano l’esperienza di un eterno ritorno e poi vedremo.» Non ci voleva uno scienziato per prevedere che sarebbe stato esattamente così. Ma è stato esattamente così ed è stato non solo fantastico, ma davvero giusto. Ci sono state canzoni che mancavano, qualche pezzo amato dai fan (una su tutte, Columbia) e qualche singolo figo fuori dai dischi storici (penso a Go Let It Out, Stop Crying Your Heart Out e The Importance of Being Idle) ma questa reunion era soprattutto una questione di canzoni generazionali e pezzi che hanno cambiato la vita delle centinaia di migliaia di persone che hanno preso il biglietto. Vai a vedere gli Oasis perché sai che a un certo punto arriverà Wonderwall.
3. Wembley non è uno stadio, è un simbolo. Anche se siamo nella struttura nuova (inaugurata nel 2007) si tratta di un luogo fondamentale per la storia della musica e suonarci ha sempre un significato particolare a prescindere da che tipo di band o artista tu sia. I latini lo chiamavano genius loci, l’entità naturale e soprannaturale che protegge e abita un luogo specifico e a Wembley, questo genius loci, ancor più che il calcio, è la musica. Wembley è uno di quei luoghi che, se ci vai, non devi sbagliare in nessun modo. Non è un aspetto banale: anche perché il colpo d'occhio che vedete nella foto qui sotto deve essere una cosa che non capita tutti i giorni anche se sei una band planetaria abituata a questo tipo di scene (gli Oasis, per dire, avevano già suonato a Wembley, l’impianto storico).
4. Il pubblico inglese. Sinceramente non sapevo cosa aspettarmi perché era il primo stadio inglese che facevo (ebbene sì, lo confesso: non sono mai stato un grande fan dei concerti negli stadi e anche quando abitavo a Londra non sono riuscito ad andare a vedere nessuna partita — anche perché non me lo potevo permettere). E poi il pubblico degli Oasis non è proprio storicamente attento all’etichetta. Credo che l’immagine migliore per descrivere la sensazione sia la curva di uno stadio di calcio ma senza avversario, che vibra con l’elettricità di un gol che dura 120 minuti. Un abbraccio collettivo per cui l’unica cosa che conta è l’amore per quelle canzoni e le sensazioni che ti trasmettono. E sentire cantare per due ore novantamila persone è davvero emozionante.
5. La reunion come operazione commerciale. Posto che tutte le band lo fanno per soldi, credo che il punto sia come lo si fa. E gli Oasis la stanno facendo e gestendo davvero bene. Come racconto, come esperienza tout court, come ritorno di una musica che non ha perso un grammo della sua forza. Come operazione di appartenenza culturale e, sì, anche di tentativo di mettere la musica rock al centro del discorso musicale contemporaneo. Qualcosa che non ha solo a che fare con le canzoni ma con le operazioni a contorno. Una sceneggiatura che parte dal far sentire le persone speciali e protagoniste del proprio racconto. Dalla mappa interattiva con cui puoi andare a vedere i luoghi degli Oasis e “farli tuoi” passando per la partnership con Adidas che ha raggiunto livelli di coolness da aver soppiantato l’assunto base del concerto rock: non si va al concerto della band con la maglietta della band. Credo che ne sentiremo ancora parlare almeno per tutto il 2026.
6. La scelta perfetta degli opening act. I Cast sono entusiasti e rendono onore a un palco che non potrebbero mai vedere essendo loro un gruppo di culto del Brit Pop che non ha mai sfondato ma che amiamo proprio per questo. Ve li presento nella seconda sezione di questa newsletter. Poi c’è Richard Ashcroft: puro carisma e pura attitudine. In un’intervista su Radio X aveva detto di considerarsi l’unica persona in grado di suonare prima degli Oasis e di averlo detto a Noel Gallagher esattamente così. Dritto. Patto tra lads. Dal vivo è un gigante anche lui. Sa bene che sarà ricordato per Urban Hymns e ti suona tutto quello che va suonato. Tra l’altro il suo set ha l’obiettivo di caricare a mille il pubblico che dopo Bittersweet Symphony potrebbe fare qualsiasi cosa se solo Ashcroft glielo chiedesse. Figurati i Gallagher.
(Tra gli effetti non pianificati ma bellissimi di questi concerti, c’è anche il fatto che Ashcroft abbia annunciato, by popular demand, altre quattro date in Inghilterra nel marzo del 2026 a supporto del suo nuovo disco… ma tanto lui lo sa che tutte le persone presenti sono lì per Sonnet, Lucky Man e Bittersweet Symphony)
7. La politica. Liam e Noel Gallagher sono da sempre sostenitori del Labour. Certo, non sono politicamente schierati nel senso tradizionale del termine. Inoltre non hanno sempre detto la cosa giusta. Anzi. Una sbandata qui e una là. Una dichiarazione sbagliata qui e una cazzata là. Ma di base, nonostante in Italia si pensi altro (magari prima o poi ne parleremo), stanno a sinistra. E magari non dicono niente sulla situazione in corso ma a Wembley prima di salire sul palco hanno fatto suonare a volumi allucinanti Rockin’ in the Free World di Neil Young. Ogni tanto bisogna cogliere i non detti anche in positivo e non solo in negativo.
8. Sugli Oasis come performance. Sono cresciuto con gli Oasis. Sono stati molto importanti non solo per la mia formazione musicale, ma anche per sviluppare una personale passione/ossessione per l’Inghilterra, e purtroppo nella loro “vita precedente” sono riuscito a vederli solo una volta. Ero al festival di Benicàssim, 2005, e purtroppo è stata un’esperienza di cui proprio tendo a dimenticarmi. Svogliati. Scarichi. Senza voce. Senza tiro. Anche canzoni come Wonderwall, Don’t Look Back In Anger e Champagne Supernova non riuscivano proprio ad arrivare. Chiaro che per me era un discorso aperto. Dopo questo concerto, invece, ho davvero solo voglia di vederli ancora e ancora. È stato semplicemente un momento di pura essenza rock’n’roll come non si ha più tanta occasione di vedere. Una faccenda sì di band, ma soprattutto di persone e per le persone. In questo c'è un aspetto che non va davvero sottovalutato: gli Oasis sono una band “popolare” e “mass culture”, pur venendo dall'indie e dalla tradizione underground britannica. Poi possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo e le analisi e spaccare il capello in quattro, sono a disposizione. Però dobbiamo anche ricordarci che quando Liam canta Rock’n’Roll Star si capisce benissimo che è proprio il pubblico ad essere «a rock’n’roll star» anche solo «tonight» (we can be heroes just for one day, del resto). E cosa c’è di più bello di sentirsi così?
9. Questo concerto ha quindi chiuso un cerchio personale che si era aperto nel 1997 quando la band dei fratelli Gallagher entrò nella mia vita cambiandola radicalmente. Un cambiamento non tanto dal punto di vista musicale, ma di prospettiva. Anche culturale. Delle faide del Brit Pop non me ne è mai fregato niente ma a Wembley ho realizzato che “l’idea di Inghilterra” cui sono affezionato — e che la storia mi ha in parte distrutto — è merito degli Oasis e anche di Richard Ashcroft, grazie ai video di Bittersweet Symphony e Lucky Man. Un’Inghilterra non certo facile da amare, ma che ancora non ti respingeva col suo rancore, la sua nevrosi e la sua voglia di vedere il nemico in tutto quello che non è nato dentro i suoi confini isolani. Analizzare gli effetti deteriori della Cool Britannia non significa però gettare via tutto.
10. “Adesso potete cantare”. Durante gli showcase in cui presentiamo Sotto Traccia, Francesco di effequ mi accompagna live voce e chitarra. Ad un certo punto arriva sempre quel momento in cui il pubblico inizia spontaneamente a cantare. Indovinate un po’? Quel momento è Wonderwall. Di fatto non ho mai visto le persone cantare alle presentazioni dei libri. Eppure. A Wembley c’erano novantamila persone a cantare Wonderwall e la vibrazione che si sentiva era qualcosa di davvero speciale. Credo che si stesse celebrando un’idea cui aggrapparci, che di questi tempi è già molto. Un’idea di essere insieme individui e comunità. Un’onda di felicità per essere insieme cantando a squarciagola le canzoni sì della nostra adolescenza e post-adolescenza, ma in modo forse nostalgico ma anche affermativo, riscoprendo un po’ di quell’entusiasmo per le cose che solo la musica riesce ad innescare andando a toccare le corde profonde di tuttə quante in modo peculiare, personale ma sopratutto condiviso. È pura togetherness.
Quindi sì, in buona sostanza la reunion degli Oasis è un’esperienza incredibile. Musicalmente funziona benissimo: le canzoni non hanno perso niente della loro potenza originaria e il fatto che la band stia prendendo sul serio questo tour le sta rendendo ancora più incredibili. Sono pezzi classici e a quello servono. A riattivare memorie, a ricordarci momenti, a consolarci, rafforzarci, aiutarci.
Inoltre funziona tutto proprio come esperienza. Resto davvero convinto che la strategia di comunicazione di questi mesi sarà da studiare come case study sui modi di gestire l’hype, far crescere le aspettative, creare senso di appartenenza e far sentire le persone (anche quelle incappate, purtroppo per loro, nella trappola del dynamic pricing) parte di qualcosa di unico.
Da un punto di vista più generale, la mia speranza è che questo momento di presa bene generale a trenta maledettissimi anni di distanza permetta anche in Italia di uscire dallo stupido, sterile e miope dualismo con i Blur che dimostra solo ed esclusivamente quanto abbiamo bisogno di tifoserie e che ormai non ha davvero più senso rivangare. Era un periodo storico diverso, era una storia diversa, era un mondo diverso.
Che ne pensi? Parliamone!
FAST TRACCE▶
La reunion degli Oasis è un evento dal punto di vista musicale, certo, ma anche dal punto di vista commerciale. Sul profilo Instagram di Wired, Nicholas Altea ne ha raccontato l’impatto economico.
Avreste mai immaginato di leggere un live report degli Oasis su Pitchfork? Qui raccontano il primo concerto della reunion, quello di Cardiff.
È probabile che i concerti degli Oasis siano storie per Generazione X e Millennials, ma è anche vero che gli streaming di Wonderwall ci dicono che ci sono tantə nuovə fan nella GenZ. Se vi siete indignatə per chi cercava su Shazam Bitter Sweet Symphony, ecco un pezzo dello scorso anno in cui sull’NME si cerca di raccontare il rapporto tra gli Oasis e la GenZ.
BONUS TRACCE▶
Un disco:
I concerti degli Oasis sono aperti dai Cast ma se non li avevate mai sentiti prima d’ora non è un problema. Si tratta di una band di culto, che nel giro degli appassionati del Brit Pop aveva il suo seguito ma che non è mai riuscita a fare il salto. In breve: si tratta della band fondata dall’ex bassista dei La’s (quelli di There She Goes e questi sì, se non li conoscete è un problema) e fanno belle canzoni pop quintessenziali. Accordi di chitarra, arpeggi, melodie, ritmiche molto anni Novanta (e cioè che flirtano con la dance senza essere apertamente movimentate). Insomma, se vi piacciono gli Oasis vi piacciono i Cast. E il disco da cui partire per conoscerli è All Change del 1995.
Un libro:
Personalmente sono un grande fan dei libri musicali strutturati come “storie orali”, e cioè dove la narrazione è un cut’n’paste di frammenti di interviste senza interferenza da parte di chi scrive. Il modello di riferimento è ovviamente Please Kill Me, la monumentale storia del punk newyorchese di Gillian McCain e Legs McNeil (purtroppo attualmente fuori catalogo). Negli anni il formato ha fortunatamente preso piede e anche per la storia degli Oasis abbiamo un libro fatto così. Si tratta di Supersonic, libro che nasce dal materiale non inserito nel documentario del 2016 di Mat Whitecross e che permette di inserirsi perfettamente nel clima e nel contesto culturale di quegli anni dalle parole (non sempre affidabili, ma fa parte del gioco) di chi c’era.
(Non metto link agli shop online perché vi suggerisco di andare a prendere i libri nelle vostre librerie di riferimento.)







pensavo che li avessi visti più volte.... comunque Benicassim del 2005 non fu proprio una delusione dai, la registrazione del concerto rende la potenza di quella line-up.
li ho visti la prima volta dal vivo nel 1997 al Forum, e rimasi molto deluso, d'altronde erano gli anni imbiancati di neve. ma ti posso garantire che in 28 anni di loro concerti visti, sia come Oasis che come solisti, non li ho mai visti così sorridenti, rilassati sul palco, ma soprattutto che si stanno divertendo. Perché non hanno niente da dimostrare,e soprattutto niente da promuovere. Anche lo stesso Noel non l'ho mai visto e sentito così "guitar Hero", anche nelle espressioni del volto.