#005 - Radiohead: days of future past
In occasione delle nuove date della band di Oxford, qualche riflessione su “Ok Computer”, che ha trent'anni ma descrive il mondo in cui viviamo oggi.
La notizia è che i Radiohead, del tutto a sorpresa, hanno annunciato un tour europeo di venti date per novembre e dicembre. Cioè fra due mesi. Suoneranno a Madrid, Londra, Copenhagen, Berlino e — per quanto riguarda l'Italia — Bologna. Tutte le info qui.
Premessa necessaria. Su questo tour aleggia però la questione politica del posizionamento dei Radiohead nei confronti del genocidio israeliano in Palestina. Lo scorso 30 maggio, Thom Yorke ha pubblicato una lettera che sembrava una gara di equilibrismo («Netanyahu e la sua cricca devono essere fermati. Hamas si nasconde cinicamente dietro la sofferenza di un popolo. La caccia alle streghe sui social aiuta gli estremisti. Recuperiamo umanità e dignità»). Jonny Greenwood, oltre a essere sposato con l’artista israeliana Sharona Katana, è stato invece accusato di artwashing per la sua vicinanza alla comunità artistica del paese. Ieri, il Movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) ha chiesto di boicottare i concerti dei Radiohead per la loro silenziosa complicità nel progetto coloniale israeliano a Gaza.
Voi che ne pensate? Ne parliamo?
Radiohead: days of future past
Ho visto i Radiohead dal vivo l’ultima volta al Primavera Sound 2016. Era il tour di A Moon Shaped Pool, un disco che personalmente ho amato molto e che sto riascoltando proprio mentre scrivo questa newsletter. Mentirei però se vi dicessi che si è trattato di un concerto incredibile. Anzi. Mi erano sembrati molto stanchi e svogliati, come se stessero facendoci un favore, lasciandomi la sensazione di un gruppo arrivato se non alla sua fine, alla fine di un percorso. Non era la prima volta che i Radiohead dal vivo mi deludevano. Va anche detto che, per ragioni autobiografiche, non sono mai riuscito a vederli nei loro momenti cruciali.

Quando ho rivisto Thom Yorke e Jonny Greenwood come The Smile, sempre al Primavera Sound, invece ho percepito l’energia e la felicità di due persone finalmente libere di suonare quello che volevano, come lo volevano, senza aspettative e pressioni. Un po’ come se fossero degli amministratori delegati costretti a tener viva la multinazionale Radiohead mentre la vera felicità sta altrove. Sincero? Data l’iperattività come The Smile non mi aspettavo il ritorno dei Radiohead così velocemente. Va anche detto però che questo è l’anno del ritorno del Britpop (ne ho parlato a lungo qui) e ha quindi senso che anche loro partecipino alla festa — anche se proprio loro sono quelli che hanno deciso nel 1997 che la festa doveva finire.
Vi ricordate i Radiohead nel 1997? La band di Oxford era ancora quella di Creep, la canzone perfetta per i disadattati di metà anni Novanta e con The Bends avevano fatto un disco che già li posizionava fuori dal recinto del Britpop ma aveva portato l’etichetta discografica (la Parlophone) a pensare di trovarsi davanti non a una band che garaggiava con gli Oasis, ma ai nuovi U2. Non è un caso che per la Storia Ufficiale i Radiohead con il Britpop c’entrano poco niente: troppo cupi, troppo seri, troppo attenti a costruire canzoni che non erano semplici pezzi da classifica ma piccole cattedrali emotive come Fake Plastic Trees, Street Spirit, High & Dry.
L’anima sperimentale della band però non è soddisfatta da quella “perfezione pop” e il disco successivo, Ok Computer, non è solo un manifesto musicale ma un vero e proprio manuale per affrontare la postmodernità, il tardo capitalismo e gestire il rapido declino dell’ottimismo degli anni Novanta. Nell’anno in cui Tony Blair fa ballare la Cool Britannia con la colonna sonora degli Oasis e dei Blur, i Radiohead pubblicano un disco che suona come una diagnosi clinica: siamo tutti spacciati e non lo sappiamo ancora. Guardiamo bene al futuro — dicono — perché ci seppellirà vivi. In un mondo che pompa ottimismo, loro tirano fuori un album cupo, apocalittico, lucidissimo.
Più esplicita di così, l’apertura non poteva essere. In Airbag un incidente d’auto che diventa esperienza mistica. Siamo già tra J. G. Ballard e David Cronenberg. Poi Paranoid Android, sei minuti e mezzo che sembravano Pink Floyd e Queen ma con un cinismo postmoderno: niente assoli liberatori, solo paranoia, ironia e un finale corale che più che catarsi suonava come un funerale. Gli Oasis nello stesso anno uscivano con D’You Know What I Mean?, otto minuti di autocompiacimento rock’n’roll. Confronto impietoso: da una parte il rock che si specchia in se stesso, dall’altra il rock che si reinventa e mette in scena la propria autopsia proiettandosi al tempo stesso in un futuro che non ha paura di guardare senza filtri né finzioni — e sapete quanto ami gli Oasis.
Poi No Surprises, la resa dolce e suicida: niente allarmi, niente sorprese, per favore. È la canzone del burnout prima ancora che il termine diventasse così familiare. Una ninna nanna per non svegliarsi più. Ok Computer è veleno, alienazione, solitudine, controllo, ma anche melodie che ti si incollano addosso e arrangiamenti eleganti — quasi barocchi, visto che una delle critiche al disco è di essere prog — al punto da sembrare il pop più raffinato possibile.
Poi ci sarebbe anche Let Down, tornata prepotentemente in auge da quando è stata inserita nel finale della prima, incredibile, fantastica, stagione di The Bear ma ho sempre pensato che al di là delle canzoni più famose, il cuore ideologico sia Fitter Happier. Una voce robotica legge un elenco di comandi per diventare “migliori”: più produttivi, più sani, più equilibrati, più performanti. Nel 1997 sembrava uno scherzo dadaista, oggi è un feed di Instagram. Mindfulness, biohacking, routine mattutine, app per la meditazione. Tutta roba che i Radiohead avevano già messo in due minuti scarsi di intermezzo distopico.
Era la profezia del capitalismo che non solo ti sfrutta, ma ti convince pure che essere sfruttato è benessere. Robot felici, ma che pagano un abbonamento premium per esserlo.
I Radiohead hanno in qualche modo già visto quello che stava arrivando. Internet non è ancora una gabbia quotidiana, i social network non esistono (se non in forme embrionali, oscure, nascoste), la parola “algoritmo” è una formula magica iniziatica per addetti ai lavori mentre l’intelligenza artificiale è un incubo da film e romanzi di fantascienza. Eppure loro hanno già messo tutto lì. La vita ridotta a dati, la sorveglianza silenziosa, la trasformazione degli individui in “dividui”, pezzi di informazioni che il sistema ricompone come vuole.
E qui Mark Fisher torna utile con la sua “lenta cancellazione del futuro”. Ok Computer è stato il disco che ha decretato la fine dell’illusione del futuro come luogo migliore, proprio negli anni in cui si parlava (senza capirlo) del concetto di “fine della storia”. Ogni brano una piccola ferita, ogni testo un presagio. I Radiohead hanno preso le paure e le angosce ancora latenti e le hanno trasformate in canzoni da cantare ovunque, anche sotto la doccia. Non c’è bisogno di capire Fisher o Baudrillard per sentire che Karma Police sta parlando di te. Bastava il ritornello, bastava la voce di Yorke che oscillava tra rabbia e disperazione urlando «For a minute there/I lost myself».
Ok Computer sta per compiere trent’anni ma è un disco che racconta il mondo in cui viviamo. E trovo davvero interessante come la musica rock britannica sia tornata a prendersi una centralità egemonica che non aveva da tempo anche grazie al potere d’acquisto dei Millennials e della Generazione X che, sono piuttosto certo, manderanno tutti i concerti sold out in pochi minuti sperando che non sia uno spettacolo tanto per fare ma un ritorno a quel momento in cui una band ti diceva senza troppi giri di parole — con rabbia e urgenza — che il peggio doveva ancora venire.
Tra l’altro vi dico che di Radiohead ho scritto molto ache su Sotto Traccia. Una storia indie contemporanea, il mio ultimo libro. E voi che ne pensate dei Radiohead? Qual è il vostro disco preferito? Li avete visti dal vivo? Se volete parlare del tema di questa puntata di TRACCE▶ potete lasciare un commento qui:
FAST TRACCE▶
Questa settimana non parlo QUI di Spotify, ma ne parlo su Rolling Stone. O meglio, parlo di cosa succede quando lə artistə diventano indipendenti non per visione del mondo ma per calcolo commerciale. Il caso è il nuovo disco (brutto) di Hayley Williams.
Sempre sul tema, vi segnalo che Altreconomia ha dedicato la copertina del numero di settembre alla situazione del mercato discografico. Trovate il numero qui.
Sappiamo come l’intero settore della musica live stia facendo moltissima fatica. In Inghilterra tantissimi festival indipendenti hanno dovuto chiudere baracca. Ma qualcosa si sta muovendo per supportare queste realtà vitali per la scena. Ne parla il Guardian.
BONUS TRACCE▶
Un disco:
Se non ci fosse stata la news dei Radiohead mi sarei preso qualche riga in più per parlare di Happy Birthday, il disco di Finn Wolfhard. Esatto, è Michael di Stranger Things. Sapevamo come il ragazzo fosse un musicista appassionato dei “nostri” suoni (in breve: indie rock con le chitarre, melodie storte, produzione così così) ma non immaginavo di trovarmi un disco al tempo stesso così bello e così straniante. Sì perché per la prima volta sto sentendo qualcosa che suona esattamente come musica indie rock di quindici anni fa, di quando cioè scoprivo, vedevo e amavo band come Cloud Nothings, Soft Pack, Wavves e Best Coast in diretta. Ditemi che ne pensate. È allucinante!
(speravo ci fosse su Bandcamp e invece no, maledetto Finn!)
Un libro:
Visto che stiamo parlando di Radiohead, in questi giorni è uscito per nottetempo Pop Is Dead, il nuovo libro di Fernando Rennis. Non vi anticipo molto perché vorrei parlarne più a lungo nelle prossime puntate di TRACCE▶ e se siete a Torino avremo presto modo di presentarlo (vi mando info al più presto).
(Non metto link agli shop online perché vi suggerisco di andare a prendere i libri nelle vostre librerie di riferimento.)
Se ti è piaciuto quello che hai letto e trovi interessante il mio lavoro, condividi TRACCE▶:






"E trovo davvero interessante come la musica rock britannica sia tornata a prendersi una centralità egemonica che non aveva da tempo ": chissà, forse è la naturale capacità che ha la musica di quelle parti a reagire a tempi peggiori e a sembrare rilevante e credibile quando parla della società (parlando di vecchi leoni: stamattina ho ascoltato a ripetizione i nuovi Suede e Prolapse, due band che non sembrano invecchiate affatto, semmai più riflessive).
Grazie per la segnalazione di "Altraeconomia": recupero subito!
Visti dal vivo ai tempi di OK Computer, che è anche il mio disco preferito, con di spalla Sparklehorse. Fu un concerto molto molto bello, anche se molto più cerebrale che fisico, come in fondo loro più o meno sempre sono stati. Let Down continua da allora a essere la loro mia canzone preferita (tra l'altro prima che in The Bear c'è anche in una scena bellissima del bellissimo After Life di Ricky Gervais).
Dopo Kid A sinceramente mi hanno parlato poco e tutti i dischi successivi li ho ascoltati molto da turista, mai più visti dal vivo (né mi hanno granché più interessato, a dire il vero, anche nelle loro successive uscite come band, singoli e progetti paralleli).
Non andrò a vederli e non sono curioso, in aggiunta il carico delle loro posizioni in merito a Israele me li fa stare ancora meno simpatici...